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Mar 21 ottobre 2014
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CARD. DIAS A SORPRESA: MA SÌ, I PRETI SPOSATI
FACCIAMOLI LAVORARE NELLE PARROCCHIE

36348. ROMA-ADISTA. Stando alle rivelazioni del Catholic Herald, potrebbe riservare qualche sorpresa la figura del card. Ivan Dias, ex arcivescovo di Mumbai, fino al maggio scorso prefetto della Congregazione di Propaganda Fide. Il quotidiano inglese ha infatti preso visione, e quindi divulgato (29/9), i contenuti di una lettera in cui il cardinale afferma che i sacerdoti che hanno chiesto – e ottenuto – la dispensa ecclesiastica dal celibato e hanno contratto matrimonio, dovrebbero avere la possibilità di essere maggiormente coinvolti nella vita parrocchiale.

Secondo quanto riporta il Catholic Herald, la lettera, datata 2 febbraio, quando Dias era ancora alla guida di Propaganda Fide, è stata inviata a un sacerdote, che aveva scritto alla Congregazione per conto di una società missionaria australiana impegnata nell’allentamento delle proibizioni nei confronti dei sacerdoti “dispensati”. Il card. Dias risponde confidando di avere fiducia nel fatto che il Vaticano approverà riforme che rendano possibile a questi sacerdoti una vita più attiva all’interno della Chiesa, sotto la guida del proprio vescovo.

Il rescritto della Santa Sede, che consente a un sacerdote la dispensa e ne determina quindi la dimissione dallo stato clericale, impedisce all’interessato di dire messa, di pronunciare omelie, di amministrare l’eucarestia, di insegnare o lavorare nei seminari, e pone restrizioni all’insegnamento nelle scuole e nelle università cattoliche. Restrizioni che, secondo quanto il cardinale scrive nella lettera, dovrebbero ricadere almeno in parte sotto il potere discrezionale del vescovo locale.

Posizioni che sembrano in netto contrasto con quelle espresse dallo stesso Dias in una lettera aperta al clero della Repubblica Centrafricana del 18 maggio 2009 e relative alle risultanze di un’inchiesta condotta dall’allora segretario di Propaganda Fide, mons. Robert Sarah, che portarono alle  dimissioni “forzate” dell’arcivescovo di Bangui, mons. Paulin Pomodimo, e di mons. François-Xavier Yombandje, vescovo di Bassangoa e presidente della Conferenza episcopale della Repubblica Centrafricana. Di Pomodimo, l’inchiesta avrebbe rivelato che «manteneva una attitudine morale non sempre conforme alla sua decisione di seguire Cristo in castità, povertà e obbedienza»: in pratica, “teneva famiglia”. Inoltre, nella sua diocesi, proseguiva l’indagine, si riscontrava un’altissima presenza di «sacerdoti del clero locale che hanno compagne e figli», (v. Adista n. 64/09). «Accanto al buon grano che con fierezza costatiamo – scriveva Dias allora –, c’è della zizzania, che nuoce alla causa del Vangelo e della Chiesa di Gesù Cristo. Soprattutto, c’è lo stato morale di alcuni sacerdoti che tradiscono la loro sublime vocazione di essere guide spirituali del popolo di Dio sulla via della santità».  Da qui l’inchiesta condotta da mons. Sarah, che «purtroppo ha potuto costatare la profondità del malessere tra il popolo di Dio a causa della condotta poco esemplare di certi membri, anche qualificati, del suo clero, sia autoctono che missionario».  La Santa Sede, conludeva, «si è sentita obbligata a prendere le misure necessarie per porre rimedio alle situazioni irregolari in cui i pastori tradivano i loro impegni presi davanti a Dio e alla Chiesa… scandalizzando il gregge». Decisioni che non erano state accolte favorevolmente dal clero locale che, in una lettera diffusa a margine degli avvenimenti, attaccava «quei religiosi, religiose e vescovi europei che si sono lanciati in una campagna di maldicenze, calunnie e delazioni di ogni genere contro il clero autoctono». «Deploriamo il fatto – proseguivano – che certi missionari si stiano accaparrando tutti i posti di responsabilità nella Chiesa centrafricana, in modo da guidarne il destino». «Coloro che credevamo nostri collaboratori (i missionari, ndr) si sono rivelati nostri carnefici», «siamo stanchi di queste campagne di diffamazione, basate unicamente sul celibato. Altrove succede di peggio… Non confondete la correzione fraterna con l’umiliazione fraterna». (i. c.)



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