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Ven 24 maggio 2013
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«NOI DIAMO LA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI».
170 PRETI TEDESCHI SFIDANO IL MAGISTERO

36732. FRIBURGO-ADISTA. I divorziati «vivono pienamente nella Chiesa», aveva detto Benedetto XVI a Bresso, il 3 giugno scorso, durante la messa conclusiva del VII Forum mondiale delle Famiglie. Dichiarazione di sicuro effetto, riprese infatti da giornali e televisioni. Ma di nessuna rilevanza pratica. Perché che i divorziati appartengano alla Chiesa, in quanto battezzati, nessuno lo potrebbe negare, anche tra i prelati più conservatori. Soprattutto se dopo la fine del matrimonio non ne hanno contratto un altro. La questione – e quella resta tutta in piedi – è la possibilità per i divorziati che si siano risposati, o che siano conviventi, di poter accedere all’eucarestia ed agli altri sacramenti.

Su questo punto il papa ha ribadito ciò che la Chiesa gerarchica non ha mai inteso rimettere in discussione, nonostante le richieste e le pressioni che vengono dal proprio interno, e ormai non più solo dalla base, ma anche da vasti settori del clero (specie nelle diocesi del centro e nord Europa, oltre che in Nord America), nonché da diversi teologi, vescovi e cardinali. Ad esempio il card. Carlo Maria Martini, che in diverse occasioni ha auspicato aperture in questo senso.

E non è probabilmente un caso che Ratzinger abbia parlato della questione proprio a Milano. In questa diocesi infatti, c’è una forte sensibilità sul tema, visto l’alto numero di separazioni e divorzi rispetto al dato complessivo nazionale. Inoltre, come ha rivelato Adista alcune settimane fa (v. Adista Notizie n. 13/12) , durante il Consiglio presbiterale diocesano del 30 gennaio scorso (sui cui contenuti nessuna nota o comunicato era stato diffuso), don Aristide Fumagalli aveva proposto che si mettesse all’ordine del giorno la discussione sulla condizione dei divorziati risposati e sul divieto per costoro di accedere ai sacramenti. Ma il card. Angelo Scola aveva espresso la sua netta contrarietà anche alla sola possibilità che si aprisse un dibattito sul tema. La mozione, ripresa da un altro prete, mons. Giovanni Giavini (un anziano biblista molto noto in diocesi), era stata comunque messa ai voti e bocciata con 13 no, 7 sì e ben 27 astensioni. Un risultato che stroncava sul nascere il dibattito, ma che evidenziava anche il ben ridotto consenso che il nuovo arcivescovo ha presso gli esponenti più rappresentativi del clero diocesano.

A riaprire ora la questione è un gruppo di preti e diaconi della diocesi di Friburgo, in Germania, che a fine maggio ha pubblicato un manifesto su internet (http://www.memorandum-priester-und-diakone-freiburg.de/?page_id=273) intitolato “Divorziati risposati nella nostra Chiesa”, che ha già raggiunto le 170 firme. Nel documento si afferma che oramai il tema dei divorziati risposati è divenuto «particolarmente urgente» e «non tollera ulteriori ritardi».

I preti e i diaconi citano diverse pubblicazioni che dentro il mondo ecclesiale tedesco hanno cercato di sollevare la questione di una riammissione dei divorziati risposati ai sacramenti. Tra esse anche il Memorandum “Per una svolta necessaria” promosso nel febbraio 2011 da 143 teologi di lingua tedesca, sottoscritto alla fine da più di 300 accademici di facoltà cattoliche (v. Adista nn. 12, 15 e 17/11) e sostenuto anche da una mozione firmata da diversi esponenti del clero friburghese (http://www.memorandum-priester-und-diakone-freiburg.de/?page_id=13).

L’azione pastorale verso i divorziati risposati, secondo i preti e diaconi della diocesi di Friburgo, deve essere improntata alla carità, dal momento che la salvezza delle anime costituisce la legge suprema («salus animarum suprema lex», scrivono citando l’ultimo canone, il 1752, del Codice di Diritto Canonico). Per questo, pur consapevoli di «agire contro le norme canoniche attualmente in vigore nella Chiesa cattolica romana», i firmatari affermano che nelle loro comunità «i divorziati risposati fanno la comunione e ricevono i sacramenti della riconciliazione e dell’unzione degli infermi, con il nostro consenso». Non solo, essi «sono parte attiva nel consiglio pastorale parrocchiale, nella catechesi ed in altri servizi pastorali». «Finora – spiegano i firmatari – abbiamo vissuto questa situazione nella speranza che in tempi brevi si arrivasse ad una decisione grazie alla quale queste persone ottenessero, ufficialmente e senza discriminazioni, un ruolo nella nostra Chiesa conforme al Vangelo. Consideriamo urgentemente necessaria una nuova normativa canonica per loro e per la nostra Chiesa e non vogliamo sostenere più a lungo questa contraddizione».

Intanto, una nota dell’arcidiocesi di Friburgo ha definito l’iniziativa dei preti e diaconi di Friburgo «né utile né costruttiva», oltretutto indebitamente «amplificata dai media». Se è possibile per un prete fare «in coscienza» una scelta «responsabile e fondata» in alcuni casi concreti, non è però in alcun modo accettabile che ciò diventi una prassi «generale e indifferenziata». (valerio gigante)



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