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Mar 21 maggio 2013
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CAPPELLANI MILITARI:
“JESUS” INDOSSA TALARE ED ELMETTO

36802. ROMA-ADISTA. «Pastori itineranti che predicano la pace giusta», ovvero i cappellani militari secondo il mensile dei paolini Jesus, che ai cappellani in generale – anche quelli carcerari, ospedalieri, universitari, marittimi – dedica il dossier del numero di luglio titolato «Preti senza frontiere».

Ai cappellani militari è dedicato lo spazio più ampio, con una lunga intervista a mons. Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l’Italia, nonché generale di corpo di armata, che guida una «originale diocesi che non ha confini precisi e abbraccia caserme, fortini, avamposti», si legge nell’articolo che ritrae Pelvi, con un registro “eroico”, come un vescovo «che macina chilometri impolverati su blindati Lince, che solca il mare su fregate, che prende quota elmetto in testa, zaino ai piedi (sic! ndr) e breviario in mano su traballanti Hercules C130. Guida una diocesi fluida e itinerante che conta, oggi, 182 cappellani, 74 per l’Esercito, 23 per la Marina, 26 per l’Aeronautica, 29 per i Carabinieri, 30 per la Guardia di finanza. Il più giovane ha 30 anni, il più anziano 62; l’età media è di 48 anni».

«Essere cristiani ed essere militari non sono dimensioni divergenti ma convergenti e coerenti, in quanto la condizione militare in un’autentica visione cristiana della vita trova il suo fondamento morale nella logica della carità», spiega Pelvi, che affronta poi il nodo della guerra, di fronte al quale «la vocazione alla santità del militare rischia di non essere compresa, particolarmente da coloro che esaltano la pace a oltranza». Ma, precisa, non ce l’ha con Pax Christi, che da anni conduce una battaglia non solo per «il disimpegno dell’Italia dalle missioni militari sparse per il pianeta» – come rileva l’autore del servizio –, quanto per la smilitarizzazione dei cappellani (non l’abolizione), il vero nodo ecclesiale della questione (v. Adista Notizie nn. 81/95, 67/97, 81/00, 49/06 e 81/06).

 I cappellani infatti, sebbene Jesus ometta completamente questa informazione (a differenza di un analogo servizio del mensile dei paolini, datato 1998, assai più problematico, in cui venne data la parola anche a mons. Luigi Bettazzi, già presidente di Pax Christi, che affrontò proprio il tema della smilitarizzazione), sono inseriti a pieno titolo nelle Forze armate: l’ordinario militare, che viene designato dal papa e nominato dal presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio e dei ministri della Difesa e dell’Interno, ha le stellette di un generale di corpo d’armata.

Tutti gli altri cappellani sono inquadrati con i diversi gradi della gerarchia militare: il vicario generale è generale di brigata; l’ispettore, il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono tenenti colonnello; il primo cappellano capo è un maggiore; il cappellano capo è capitano, il cappellano semplice ha il grado di tenente. E percepiscono ovviamente anche lo stipendio e, una volta congedati, la pensione (quella dell’ordinario-generale di corpo d’armata supera i 4mila euro netti al mese) dei rispettivi gradi: un generale di corpo d’armata un salario lordo mensile di circa 9.500 euro, un generale di brigata circa 6mila, un colonnello 5mila, un tenente intorno ai 4mila euro (v. Adista Notizie nn. 62 e 78/11).

«Siamo immersi in una realtà minata dal peccato», spiega mons. Pelvi, quindi la guerra è inevitabile. «La Chiesa ha sempre tentato di prevenire, evitare e moralizzare la guerra, ma non si è mai lasciata intimorire dinanzi all’esigenza di un confronto concreto, non retorico con essa»; tuttavia «anche nelle guerre i credenti rispondono alla chiamata universale alla santità, facendo prevalere le virtù sui vizi, gli ideali sulle ideologie, gli interessi comuni su quelli individuali», per cui la vita militare può essere «strumento ed epifania di santità per quei laici che, dediti al servizio della Patria, espletano la loro professione militare come ministri della sicurezza e della libertà dei popoli». Del resto, aggiunge il vescovo generale, «la guerra non c’è più», perlomeno «come la si è sempre intesa»; l’Italia partecipa a «missioni decise da legittime autorità sovranazionali» come l’Onu, «operazioni di polizia internazionale in cui l’aspetto militare è affiancato in maniera significativa da attività di cooperazione»; la situazione può apparire «ibrida se letta da fuori, con un pizzico di pregiudizio».

E in questo contesto, spiega mons. Pelvi, i cappellani militari «annunciano la salvezza, predicano la Parola di Dio, si fanno prossimo dei soldati e delle loro famiglie, asciugano le lacrime», «contribuendo a costruire la comunità militare in modo che sia sempre più ricca della capacità di servire per amore l’umanità». È una via per la santità, tanto per i militari quanto per i cappellani, secondo mons Pelvi, che rilancia la figura di Giovanni XXIII come “santo cappellano militare”, un esempio non nuovo dal momento che l’idea del vescovo sarebbe anzi quella di fare di Roncalli il patrono dell’esercito (v. Adista n. 80/11).

Ma l’uso del papa della Pacem in Terris per legittimare la Chiesa con le stellette e le guerre umanitarie sembra una forzatura: Roncalli, è vero, si trovò a prestare servizio militare fra il 1901 e il 1902, ma solo perché accettò di sostituire il fratello maggiore, la cui presenza era necessaria in famiglia per il lavoro nei campi; e poi nel 1915-1918, durante la I guerra mondiale, fu cappellano nell’ospedale di Bergamo, a parecchi chilometri dal fronte. E, nonostante il clima nazionalista (a cui peraltro non sfuggì nemmeno il futuro papa Giovanni), non sembrò conservarne un ricordo piacevole: «Tornato a casa – scrive nel suo diario – ho voluto staccare dai miei abiti e da me stesso tutti i segni del servizio militare», che fu una «schiavitù». (luca kocci)



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