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SAN CRISTOBAL, DIOCESI A RISCHIO SMEMBRAMENTO.
E I PRETI INSORGONO

35951. S.CRISTOBAL-ADISTA.  Per la diocesi di San Cristóbal de Las Casas, nello Stato messicano del Chiapas, i problemi sembrano non finire mai. L’accanimento contro ogni cosa che sappia di teologia india, di Chiesa autoctona, di diaconato indigeno, contro ogni cosa, insomma, capace di evocare il lavoro pastorale di mons. Samuel Ruiz, non ha mai infatti smesso di pesare sul processo diocesano. Già nel 1995, cinque anni prima del pensionamento di “Tatic (padre in lingua tzotzil) Samuel”, per dare avvio all’opera di normalizzazione era stato inviato a San Cristóbal, come coadiutore con diritto di successione, il domenicano mons. Raúl Vera Lopez, finché quest’ultimo, diventato il più fedele alleato del vescovo di cui avrebbe dovuto correggere le “deviazioni”, non era stato spedito, alla fine del 1999, all’altro capo del Paese, a Saltillo, ai confini con gli Stati Uniti. Tuttavia, neppure l’attuale vescovo, mons. Felipe Arizmendi, chiamato a succedere a mons. Ruiz nel marzo del 2000, si è in questi anni mostrato troppo ligio nel compito di smantellare il progetto di Chiesa autoctona avviato dal predecessore: dopo un periodo di crisi legato al passaggio di consegne, anche il fino ad allora moderatissimo Felipe Arizmendi ha iniziato a comprendere, poco per volta, la necessità di dare continuità al lavoro svolto, facendo ad esempio richiesta a Roma di poter riprendere l’ordinazione di diaconi indigeni (la cui sospensione, disposta nel 2002, è stata ribadita tre anni più tardi dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti in una lettera che ordinava ad Arizmendi di sospendere le ordinazioni fino a quando non si fosse «risolto il problema ideologico di fondo» legato alla creazione di una Chiesa autoctona; v. Adista nn. 24, 30, 34, 70/06 e 22/07).

 

Soltanto un’idea?

Ha così destato sorpresa - sgraditissima - la notizia, resa nota dal settimanale messicano Proceso (25/12), della presentazione da parte di mons. Arizmendi di un progetto di divisione della diocesi che sottrarrebbe ad essa quasi la metà del suo territorio, dando vita alla nuova diocesi di Ocosingo

 Il fatto che tale progetto sia tutt’altro che nuovo, essendo già stato lungamente accarezzato in passato da Roma, anche sotto le pressioni del governo messicano, ha indotto naturalmente osservatori e sacerdoti a ricondurlo ad una nuova offensiva vaticana contro la linea pastorale introdotta da Samuel Ruiz. Arizmendi, tuttavia, nega qualsiasi interferenza da parte di Roma o dell’episcopato messicano, precisando che neppure di un progetto si tratta, bensì appena di una proposta (in realtà con tutte le caratteristiche di uno studio ben strutturato, con tanto di grafici e statistiche) elaborata insieme al suo vescovo ausiliare, mons. Enrique Díaz Díaz, e ai suoi vicari. Nient’altro che un’idea, afferma, motivata dalla grande estensione del territorio della diocesi (la più ampia, con i suoi 36.821 km quadrati, dello Stato del Chiapas), che, a suo dire, limiterebbe la vicinanza dei pastori alle comunità: «Se la maggioranza respingerà tale proposta – ha assicurato in un’intervista rilasciata alla rivista Proceso – allora non si realizzerà e punto». «La tendenza della Chiesa a livello mondiale – ha proseguito il vescovo – è quella di prestare un miglior servizio attraverso diocesi più piccole. (…). Perché non cominciare allora ad affrontare il tema a San Cristóbal? Il tempo dimostrerà che non è una cattiva idea. Amo questa diocesi e offro la mia vita per essa. Sarei il primo a difenderla da qualunque tentativo di danneggiarla». La creazione di una nuova diocesi, sostiene il vescovo, avrebbe il vantaggio di moltiplicare servizi e attenzioni: «La nostra pastorale indigena, che è così importante, acquisirebbe maggiore forza. E l’opzione per i poveri non cambierebbe, perché non è una moda né una convenienza temporanea, ma un’esigenza evangelica essenziale».

Secondo il documento “Proposta di una nuova diocesi in Ocosingo”, presentato da Arizmendi all’ultima assemblea diocesana, la nuova diocesi «nascerebbe con la forza del processo pastorale di San Cristóbal», sarebbe retta dallo stesso sinodo e condividerebbe le stesse opzioni diocesane indicate da Samuel Ruiz, proprie di «una Chiesa autoctona, liberatrice, evangelizzatrice». Quanto ai  sacerdoti che attualmente esercitano il loro ministero là dove dovrebbe sorgere la diocesi di Ocosingo, essi sarebbero «liberi di restare dove si trovano o di sollecitare il trasferimento alla diocesi madre di San Cristóbal, per quanto la loro permanenza darebbe alla nuova diocesi una maggiore forza e una garanzia di continuità». Riguardo al vescovo, poi, il documento parla di una consultazione da cui emergerebbe una terna di candidati da presentare al papa. E ovviamente sarà sempre il papa ad avere l’ultima parola sul progetto di divisione della diocesi di San Cristóbal, sempre che, assicura il documento, la consultazione che verrà promossa  all’interno della diocesi abbia esito positivo e la Conferenza dell’episcopato messicano dia parere favorevole.

 

Un progetto imposto dall’alto

I preti, tuttavia, non si fidano neanche un po’. È sicuramente un bel sogno - afferma ad esempio p. Heriberto Cruz, responsabile del santuario di Tila - quello delle due diocesi impegnate in un unico cammino. Ma un sogno che si infrangerà contro la volontà del Vaticano che, dopo aver inferto a San Cristóbal colpi durissimi, di certo non permetterà che la nuova diocesi assomigli alla prima. Né è immaginabile che il vescovo che arriverà ad Ocosingo non finirà per imporre la propria linea pastorale. E neppure è possibile confidare nella consultazione, che Heriberto Cruz non esita a definire «di consolazione»: «Il progetto – afferma il sacerdote – è stato presentato perché è già in corso. Il dado è tratto». Ed è un progetto che «viene dall’alto. Non risponde a una necessità delle basi. Non tiene conto dell’opinione del popolo». La divisione, sostiene, verrà portata a termine nei cinque anni che ancora restano a mons. Arizmendi prima della sua rinuncia per raggiunti limiti d’età e con essa avrà fine tutta una linea pastorale: «Sarebbe molto triste che don Felipe terminasse il suo mandato con questa misura. Speriamo che abbia l’audacia e l’astuzia evangelica per impedirla». Anche perché vi sono altri modi per far fronte all’ampiezza del territorio diocesano: basterebbe nominare più vicari o più vescovi ausiliari. Insomma, conclude Heriberto Cruz, San Cristóbal meriterebbe semmai di diventare arcidiocesi per la sua importanza storica e per il lavoro che qui svolse fray Bartolomé de las Casas, non certo di venire indebolita.

Ugualmente critico si è mostrato Joel Padrón, parroco di San Andrés Larráinzar (sede dei negoziati tra esercito zapatista e governo messicano, culminati negli Accordi di San Andrés poi clamorosamente disattesi dal governo), secondo cui la diocesi di San Cristóbal, unica nel suo genere in tutto il Messico per la sua  «pratica conciliare di una comunione reale con il popolo», rappresenta «soprattutto un movimento di fede», qualcosa di simile al letto di un fiume: se lo si divide, il fiume perde necessariamente forza». È per questo che il parroco non ha dubbi: «Con questa divisione – afferma – la diocesi di San Cristóbal cessa di esistere». (claudia fanti)

 



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