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«IL PIÙ GRANDE DISASTRO UMANITARIO DEL MONDO».
IL DISPERATO APPELLO DEL CORNO D’AFRICA

36264. MOGADISCIO-ADISTA. Due anni di siccità, la peggiore degli ultimi 60 anni, poi piogge torrenziali. E il prezzo di grano e acqua potabile è salito alle stelle. E così sono 12 milioni le persone ridotte alla fame in Somalia, Kenya, Gibuti, Etiopia; 2 milioni i bambini denutriti (500mila a «rischio imminente» di morte); centinaia di migliaia i disperati in fuga verso i campi profughi, come quello keniano di Dadaab, ormai il più grande del mondo, capace di ospitare 90mila persone, ma che oggi ne accoglie più di 380mila. Il tutto aggravato da oltre 20 anni di instabilità e guerra civile, quella somala, che consegna alla carestia un Paese privo di autorità pubbliche, con una società civile sgretolata e con la presenza di gruppi armati legati ad al-Qaeda nel sud del Paese, che rendono difficoltoso l’arrivo dei soccorsi. E sulla crisi in Africa orientale pesa, ancora una volta, l’irresponsabile silenzio della comunità internazionale.

«Speriamo che non si arrivi alla tragedia del 1992, quando forse mezzo milione di persone sono morte per fame e disordini. Spero tanto che la comunità internazionale stavolta possa agire con maggior prontezza, sapendo anche quali sono le difficoltà per raggiungere almeno i somali che vivono in Somalia», è l’accorato appello del vescovo di Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio, mons. Giorgio Bertin, che, nel corso di un’intervista alla Radio Vaticana (18/7), mentre invita la comunità internazionale a mobilitare in fretta le necessarie risorse economiche e logistiche, chiede contestualmente interventi di ordine civile e politico: per attenuare la crisi, non bastano i soldi dei benefattori mondiali, ma «bisogna far rinascere uno Stato e una società civile che funzioni». Lo stesso vescovo, pochi giorni prima, sempre all’emittente vaticana (15/7), aveva dichiarato con forza: «Siamo di fronte al più grande disastro umanitario del mondo».

In seguito all’esplosione della crisi sui media internazionali, si è mobilitata anche la Chiesa di Roma: nel corso dell’Angelus del 17 luglio scorso, Benedetto XVI – ricordando, «con profonda preoccupazione», che si tratta di una «catastrofe umanitaria» – ha lanciato un appello affinché «non manchi a queste popolazioni sofferenti la nostra solidarietà e il concreto sostegno di tutte le persone di buona volontà». E ha anche inviato, tramite il Pontificio Consiglio Cor unum, 50mila euro all’amministratore apostolico di Mogadiscio. Anche la Cei ha subito messo mano al portafoglio e ha destinato un milione di euro dell’8 per mille a «progetti di enti ecclesiali locali che operano in collegamento con le istituzioni caritative della Conferenza episcopale o delle diocesi del  luogo». Dal canto loro Caritas Ambrosiana e Caritas Italiana, di concerto con le Caritas africane locali, stanno «già predisponendo – si legge in un comunicato della Caritas Ambrosiana (18/7) – un programma globale d’aiuti d’urgenza per i quattro Paesi». (giampaolo petrucci)



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