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Grecia, avanti a sinistra

di Marco Zerbino

Hanno perso. Eppure hanno vinto. Ad Atene, la sera di domenica 17 giugno, si respirava un clima surreale. Lungo il viale Panepistimiou e davanti ai Propilei, il colonnato in stile neoclassico che adorna la facciata della sede principale dell’Università di Atene, attivisti, dirigenti e simpatizzanti di Syriza «festeggiavano» la sconfitta sventolando bandiere rosse e cantando a squarciagola “Bella ciao” nella versione dei Modena City Ramblers. Non molto distante, a piazza Syntagma, la destra di Nuova Democrazia celebrava la sua vittoria. Una vittoria triste. Pochi militanti provavano a intonare slogan, e sembravano quasi sfigurare numericamente di fronte alla gran quantità di giornalisti presenti. In realtà l’altra sera, nella grande spianata su cui si affaccia la Vulì, il Parlamento greco, non c’era niente di cui rallegrarsi: la vittoria di Antonis Samaras significa che la Grecia proseguirà sulla strada dell’austerità. Dunque i greci continueranno a veder crollare il potere d’acquisto dei loro salari e delle loro pensioni, a perdere il lavoro, ad assistere alla volatilizzazione di tante piccole attività commerciali e imprenditoriali costruite in anni di sacrifici. Di questa situazione contraddittoria, di questa vittoria a metà, sembrava essere ben consapevole Yorgos, che domenica sera, a Syntagma, mi confidava: «Sono iscritto da anni a Nuova Democrazia. Eppure, tanto a queste ultime elezioni quanto a quelle di un mese fa, ho votato Syriza. Sono qui per un senso di appartenenza a quella che considero la mia comunità, ma ho scelto Tsipras perché sono contro il memorandum».

Può sembrare strano, ma si tratta di una situazione piuttosto comune, nella Grecia di oggi. Il voto per Syriza, una coalizione di forze politiche di matrice comunista che alle elezioni del 2009 non era andata oltre il 4,6% delle preferenze, non necessariamente è un voto coscientemente “di sinistra”, in quanto riflette un sentimento, quello antiausterità, che accomuna cittadini di diverso orientamento politico. Se il raggruppamento della sinistra radicale guidato da Alexis Tsipras ha sfiorato l’altra sera il 27% dei voti, è perché è la realtà politica organizzata che con più coerenza si è battuta contro l’idea che l’austerità serva a far uscire il Paese dalla crisi. Un’idea, oltretutto, drammaticamente smentita dai fatti. Per questo ai Propilei, nonostante la sconfitta, si respirava entusiasmo. Quando il portavoce di Syriza è arrivato in piazza accompagnato da Manolis Glezos, l’eroe della resistenza greca, ormai novantaduenne, che durante l’occupazione tedesca del Paese salì sull’Acropoli per rimuovere la bandiera nazista, è stato lui stesso a spiegarlo: «Qualcuno pensa di aver vinto le elezioni, ma stavolta è stato il popolo a vincere. Le politiche di austerità sono state sconfitte. Non potranno portarle avanti impunemente, né in Grecia né in Europa».

In effetti, i numeri sembrano dare ragione a Tsipras: il 17 giugno la maggior parte dei greci ha votato per partiti politici che si opponevano ai memorandum di intesa siglati negli ultimi due anni dai governi di George Papandreou e di Lucas Papademos con Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea e Banca Centrale Europea (la cosiddetta Troika). Le due forze politiche tradizionali, Nuova Democrazia e il Pasok (il Movimento Socialista Panellenico), che per circa quarant’anni si sono alternate al potere, escono da questa seconda tornata elettorale, come già da quella, inconcludente, del 6 maggio scorso, con le ossa rotte. Nel 2009, insieme avevano conquistato il 77,4% dei voti. Oggi raggiungono a mala pena il 42%. La causa principale della disaffezione dei greci nei confronti dei due partiti che per decenni hanno governato il Paese risiede proprio nel sostegno che essi hanno dato alle politiche di austerità, imposte dal ricatto della Troika come ricetta per il “risanamento” di una situazione economica disastrosa creata da quegli stessi due partiti quando erano al governo.

Opporsi al memorandum da sinistra, va da sé, non equivale ad opporvisi da destra. Se Syriza cresce, rimane in buona salute anche una formazione politica populista e destrorsa come quella dei Greci Indipendenti. Soprattutto, dopo Nd (29,66%), Syriza (26,89%), Pasok (12,28%) e Greci Indipendenti (7,51%), i neonazisti di Alba Dorata si confermano il quinto partito del Paese, facendo il loro ingresso in Parlamento e ottenendo un preoccupante 6,92%. Un dato con cui la sinistra greca, nei prossimi mesi, dovrà fare i conti in maniera molto seria. Nelle settimane dell’ultima campagna elettorale, i fascisti di Chrysi Avgi (Alba Dorata) non hanno perso occasione per aggredire fisicamente i cittadini immigrati, come anche sedi e militanti della sinistra.

Superano la soglia del 3% ed entrano in Parlamento anche Sinistra Democratica (6,25%), partito nato nel 2010 da una costola destra di Syriza con l’obiettivo di far avvicinare l’area della sinistra radicale al Pasok in una sorta di “Ulivo greco” (eventualità che non si è mai verificata), e il Kke, il Partito Comunista di Grecia (4,5%), che però perde più di 250mila voti, pagando in tal modo la propria linea politica settaria e la propria caparbia opposizione a ogni ipotesi di unità a sinistra (più volte auspicata invece da Tsipras).

Un ruolo non marginale, nel determinare il risultato del 17 giugno, è stato svolto dal clima di crescente polarizzazione e paura che la destra ellenica, sostenuta in questo dalle oligarchie politiche e finanziarie del Vecchio Continente, è riuscita a creare nel Paese. Nuova Democrazia ha fatto sì che la coppia di opposti memorandum sì/memorandum no, presente nella mente di molti elettori prima del voto del 6 maggio, venisse progressivamente sostituita, in vista delle nuove elezioni, da tutt’altro dilemma: euro sì/euro no. Sebbene Syriza non sia affatto in favore dell’uscita della Grecia dall’euro, l’idea che un governo di sinistra e un rifiuto dei memorandum fosse di per sé in grado di determinare un ritorno alla dracma ha avuto come effetto indiscutibile quello di ricompattare i consensi attorno alla destra. Nuova Democrazia ha così cominciato a giocare il ruolo del big player, riunificando le diverse anime che convivono al suo interno, già separatesi in precedenza, e indossando a seconda delle convenienze ora la maschera della forza politica “responsabile” e europeista, ora quella di partito populista vicino all’estrema destra su temi scottanti e molto sentiti come quello dell’immigrazione clandestina.

Nelle ultime settimane di campagna elettorale, più volte Syriza è stata presentata come una banda di utopisti irresponsabili, pronti a determinare il dissesto economico-finanziario della nazione pur di inseguire puerili fantasie di trasformazione sociale. Alexis Tsipras è stato accusato di essere un ragazzino inesperto, impaziente di giocare alla rivoluzione e privo di precedenti esperienze di gestione della cosa pubblica che non fossero quelle risalenti agli anni in cui dirigeva le lotte contro i tagli alla spesa pubblica dal suo liceo. A ciò si aggiunga l’accerchiamento mediatico, di cui Syriza è stata vittima sin da quando, nelle convulse giornate delle consultazioni per la formazione del nuovo governo seguite alle elezioni del 6 maggio, ha mostrato chiaramente di non avere alcuna intenzione di dare il proprio sostegno ad un governo “ecumenico” di unità nazionale. Diverse manovre sono state messe in atto dal Pasok e da Sinistra Democratica per “responsabilizzare” Syriza, ma il loro sostanziale insuccesso, al momento, indica che la sinistra greca ha ben chiaro che non potrà sopravvivere se accetta di compromettersi con i tatticismi della vecchia politica.

Ora Syriza, che nel giro di due mesi è passata dal 4,6, al 16,75 e infine al 26,9%, ha una grande responsabilità: quella di dimostrare, facendo un’opposizione senza sconti al governo che verrà, che un’uscita a sinistra dalla crisi è possibile. Un compito arduo, che si scontra senz’altro con l’attitudine di un pezzo di società greca a prendere scorciatoie xenofobe. Nei quartieri popolari e nei posti di lavoro, si pone oggi il problema di organizzare, accanto ai lavoratori greci, anche i tanti immigrati che altrimenti rimarrebbero alla mercé di forze razziste come Alba Dorata. L’impennata di aggressioni a cittadini stranieri registratasi negli ultimi due mesi, è senz’altro la spia di un disagio sociale che non potrà più essere ignorato. Così come si porrà con sempre più insistenza, nei prossimi mesi, il problema di costruire un vero radicamento sociale del partito. Tanto vale osare, consapevoli che il cambiamento non può aspettare.



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