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La Teologia della Liberazione 40 anni dopo.
Memoria profetica e apertura al futuro

Nel luminoso ed eroico cammino della Chiesa della Liberazione latinoamericana, il Congresso continentale di teologia svoltosi dal 7 all’11 ottobre scorso presso l’Unisinos (l’Università gesuita del Vale do Rio dos Sinos; www.ihu.unisinos.br), a São Leopoldo, nello Stato brasiliano del Rio Grande do Sul, ha rappresentato a giudizio di tutti un momento di grazia, un segno di speranza. Come era già chiaramente emerso in occasione dei diversi Forum di Teologia e Liberazione svoltisi (nel 2005, 2007, 2009 e 2011) nel contesto del Forum Sociale Mondiale, lo stato di salute della TdL risulta senz’altro buono, malgrado i ripetuti certificati di morte rilasciati nel corso degli anni da chi avrebbe fatto carte false per seppellirla. Se, insomma, di crisi si può parlare («è in crisi solo chi è vivo», evidenzia il teologo brasiliano di origine coreana Jung Mo Sung), lo è semmai nel senso del termine greco krisìs, che significa scelta, giudizio, discernimento (e, più in generale, cambiamento, trasformazione). Proprio come «un’esperienza di discernimento ecclesiale», secondo la definizione data dal rettore dell’Unisinos Marcelo Fernandes de Aquino, è stato del resto pensato e vissuto il Congresso, promosso da una serie di realtà ecclesiali latinoamericane – tra cui Amerindia, Clar (Conferenza Latinoamericana dei Religiosi), Pontificia Università Saveriana di Bogotá, Soter (Società di Teologia e Scienze della Religione), Unisinos, Adital, Articolazione Continentale delle Comunità Ecclesiali di Base – allo scopo di riunire la comunità teologica del continente in occasione della celebrazione dei 50 anni dall’apertura del Vaticano II e dei 40 anni dalla pubblicazione del libro di Gustavo Gutiérrez Teologia della Liberazione. Prospettive.

Poche le assenze: a São Leopoldo era presente davvero la grande maggioranza dei teologi e delle teologhe della liberazione, e di diverse fasce d’età, da quelli della prima generazione, affettuosamente ribattezzati “dinosauri” – «fratelli giurassici della TdL», li ha definiti nel suo intervento uno dei padri fondatori, Leonardo Boff, ricordando come tutti siano «passati per la grande tribolazione» (e sollecitando una foto di gruppo, «prima che ci pensioniamo dalla vita») – a quelli più giovani e non ancora tanto noti. Ad ascoltarli, c’erano ben 750 persone, tra cui molti giovani, provenienti da tutti i continenti. E un discreto numero di vescovi, 18 (compreso il 94enne vescovo brasiliano dom José Maria Pires, il quale ha preso parte a tutte le sessioni conciliari), oltre a tre vescovi anglicani. Una presenza incoraggiante, quest’ultima, considerando che neppure il sorprendente riconoscimento espresso, nei confronti della TdL, dal prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Gerhard Müller – il quale, in un articolo ampiamente circolato sui mezzi di comunicazione, ha affermato che «la teologia di Gustavo Gutiérrez, indipendentemente dall’ottica da cui la si guarda, è ortodossa perché ortoprassica e ci mostra l’adeguato modo cristiano di operare perché deriva dalla vera fede» – è bastato ad evitare al Congresso attacchi e pressioni (v. nelle pagine seguenti). Pressioni talmente forti da metterne in dubbio, ad un certo momento, lo svolgimento stesso. A dimostrazione, per certi versi rassicurante, che la TdL fa ancora paura.

Che, in realtà, un certo calo di tensione profetica si sia registrato nel tempo, lo aveva denunciato apertamente il compianto teologo belga naturalizzato brasiliano José Comblin, lamentando un progressivo distacco della TdL dal mondo popolare: se la Teologia della Liberazione – riferiva, per esempio, alla nostra agenzia nel 2005, durante il Forum Sociale Mondiale a Porto Alegre – «è nata nel momento in cui i teologi si sono fatti presenti fisicamente tra i poveri», questi, nel momento in cui fanno ingresso nelle istituzioni accademiche, entrano in un mondo «che oggettivamente è solidale con l’establishment, al di là delle critiche teoriche che può rivolgere alla classe dirigente». «La questione – precisava Comblin – è quella di essere presenti fisicamente all’interno del mondo nuovo che sta nascendo. Ma attualmente questa presenza non c’è quasi più». A tale riguardo, se la questione del radicamento nel mondo dei poveri necessita di un nuovo rilancio, è tuttavia con grande chiarezza che al Congresso è stata riaffermata la natura della TdL come “atto secondo” rispetto alla prassi di liberazione, con la necessaria implicazione di un profondo coinvolgimento nelle lotte dei poveri.

Non a caso, come scrive Jung Mo Sung (Adital, 10/10), uno dei grandi contributi offerti dalla TdL è venuto proprio dalla consapevolezza che «la teologia non può iniziare e finire con concetti dogmatici, ma deve svolgere la sua riflessione a partire dalle questioni e dalle sfide emerse dalle pratiche concrete di liberazione e in funzione di queste». La TdL, afferma, «non è, o almeno non era all’origine, una proposta di rilettura dei trattati teologici a partire dall’opzione per i poveri o da qualunque altro aspetto. Per quanto tale tipo di teologia possa assomigliare alla TdL, se la riflessione teologica non nasce e/o non è in funzione dei problemi concreti delle persone e dei popoli dominati, non è Teologia della Liberazione nel senso proposto agli inizi. Per questa ragione è importante tornare alle intuizioni originarie».

Nell’impossibilità di dar conto della straordinaria ricchezza del Congresso continentale, offriamo in questo numero speciale appena qualche spunto, rimandando, per una lettura integrale dei materiali, alla loro imminente pubblicazione da parte di Amerindia (sul cui sito – www.amerindiaenlared.org – si trovano già i video dei momenti più significativi del Congresso). (claudia fanti)



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